I recenti evventi in Giappone spingono alcuni paesi a dismettere gli impianti piu vecchi. Ma la dismissione totale di un impianto è in realtà un’utopia.
Le reazioni più immediate al disastro nucleare di Fukushima sono arrivate dalla Germania. Il primo ministro Merkel, da tempo avviato quantomeno al mantenimento del livello del nucleare in territorio tedesco, ha annunciato che le centrali pià datate verranno dismesse.
Tuttavia oggi esiste molta confusione su ciò che realmente significa dismettere una centrale nucleare. Partiamo dal presupposto che non di tratta di un comune stabilimento, smantellabile in tempi rapidi e a costi contenuti. Non si tratta semplicemente di svuotare un edificio e magari demolirlo utilizzando poi lo spazio resosi disponibile per altri scopi.
Lo smantellamento di una centrale è un impresa molto complessa, non priva di pericoli, e nella maggior parte dei casi costosissima.
Basti pernsare che gli impianti italiani, chiusi in seguito al referendum del 1986, hanno richiesto 30 anni di attività per la definitiva dismissione.
Le operazioni di dismissione del materiale radioattivo, sono spesso altamente delicate, comportano rischio per il personale impegnato e nella pratica sono operazioni molto lente che richiedono addirittura anni.
Laddove non esistano possibilità di stoccare adeguatamente le scorie del materiale fissile poi, lo smantellamento assume addirittura i connotati del paradossale. In taluni casi, in fatti, la centrale rimane perfettamente in piedi mentre i prodotti di scarto della reazione vengono richiusi in strutture di cemento armato, che isolano ermeticamente il materiale radiottivo dal mondo esterno. Una soluzione, questa, abbastanza curiosa, che ovviamente non mette completamente al riparo dal cedimento delle strutture nel corso degli anni. Trattasi comunque di una pratica abbastanza diffusa, la stessa che si è utilizzata a Chernobyl per porre fine al rilascio di sostanze nocive dal reattore danneggiato. Ma sono passati quasi 20 anni, il cemento presenta crepe, e da anni un nuovo rischio incombe.
Ma la problematica regina nella dismissione di un impianto nucleare, è e rimarrà per sempre quella legata alla gestione delle scorie, che riguarda ovviamente anche gli impianti in funzione. Ad oggi, persino i più convinti sostenitori dell’atomo, ammettono che non esistono reali garanzie sullo smaltimento dei prodotti di scarto che rimangono radioattivi e pericolosi per migliaia di anni.
Ad oggi la soluzione più diffusa consiste nel seppellire le scorie più pericolose in miniere di sale, apparentemente ermetiche dall’esterno e pertanto al riparo da eventuali fuoriuscite. Un convinzione che può rivelarsi errata. Lo hanno scoperto i tedeschi che sono tuttora alle prese con siti minacciati da infiltrazioni d’acqua e pertanto a rischio fuoriuscite dannose.
Per non parlare del rischio che si crea per le future generazioni che, qualora non venisse segnalato adeguatamente, potrebbero aprire accidentalmente questi depositi di materiale con conseguenze evidenti. Come dire che nessuno sa se fra 5.000 o 6.000 anni forse la nostra memoria storica non verrà trasmessa adeguatamente.
Ma ci pensate? Nel mondo sono presenti scorie che rimarranno nocive per 10.000 anni. E’ un po come se un popolazione dell’antichità ci avesse lasciato una sinistra eredità. Oggi si parla di scorie che saranno attive per solo 1.000 anni. Solo? Una dichiarazione che ha del ridicolo.
Insomma appare chiaro che le problematiche del nucleare non si esauriscono all’incidente, ma sono connesse alla difficile gestione dell’intero processo di vita e di morte di un impianto. I costi occulti e i rischi sono talmente alti da non essere sostenibili per l’umanità.


