Copenhagen prosegue: Cina, India e Brasile chiedono di rispettare Kyoto

L’asse dei paesi emergenti richiede di mantenere attivi gli accordi di Kyoto e di coinvolgere anche gli USA

http://giovannistraffelini.files.wordpress.com/

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Kyoto pose obbiettivi chiari. Meno 40% di emissioni di CO2 entro il 2020 rispetto ai valori di riferimento del 1990. Il primo obbiettivo di inversione di tendenza entro il 2012 sembra drammaticamente bucato, ma sono moltissime le forze in campo a sostenere che da quell’accordo occorra ripartire. Perchè Kyoto è un accordo vincolante ancora valido. E sciogliere i sottoscrittori dell’accordo dal raggiungimento degli obbiettivi sarebbe di per se un fallimento.
Anche in ragione di nuovi accordi molto promettenti. Urge un esempio pratico. Poniamo che dall’anno prossimo si decida (magari lo si facesse) che gli stipendi dei calciatori subiscano una riduzione complessiva del 20% entro i prossimi 5 anni.
E che magari, l’anno successivo, tale accordo venisse ulteriormente migliorato, portando al 50% la riduzione complessiva, questa volta però dopo 10 anni. Ma che inspiegabilmente si annullasse la prima decisione.
Quale sarebbe l’effetto garantito. Stipendi in salita per i prossimi 10 anni.
Stesso discorso per le emissioni. Cancellando Kyoto, e ponendo un obbiettivo per il 2050, si andrebbe incontro quasi certamente a 40 anni di anarchia. E questa la soluzione? No di certo.
Per questo oggi le economie emergenti si battono per partire da Kyoto e non da zero.
Parliamo di Cina, India, Sudafrica, Brasile e Sudan. Realtà che sono cresciute anche nell’anno della crisi economica mondiale. E le stesse nazioni ritengono fondamentale coinvolgere gli Stati Uniti in questo processo, un paese che durante l’amministrazione Bush si guardò bene dal sottoscrivere accordi ma che oggi può concorrere con il fresco premio Nobel Obama a un meno 40% entro il 2020, o a un risultato ugualmente onorevole.
Dal canto suo l’Europa, trascinata dal transalpino Sarkozy, rilancia per rendere ancora più aggressivi i target del pacchetto 20 – 20 – 20, pensando che applicandosi si possa arrivare a diminuire del 30% le emissioni europee entro il 2020.
E dopo i vari annunci di sostegno economico ai paesi in via di sviluppo, fa scalpore il grido di aiuto degli stati insulari che vedono minacciata la loro stessa esistenza dai cambiamenti climatici. A farsi portavoce del problema il rappresentante di Tuvalu, piccolo arcipelago del Pacifico.
Le discussioni fervono, le proposte si sprecano. Vicini a qualcosa di concreto? Forse.
Ma l’aria che si respira a Copenhagen, per una volta, è un aria di ottimismo diffuso.

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