L’imminente convegno in terra danese viene declassato, e non porterà a decisioni sulla riduzione delle emissioni. Una decisione segnata dalla recente visita di Obama in terra asiatica.
I tempi sono troppo stretti per arrivare ad accordi concreti sulla riduzione delle emissioni di anidride carbonica per cui, ogni decisione vincolante, è spostata a data da destinarsi. Una dichiarazione che arriva come un fulmine a ciel sereno e certamente genera qualche preoccupazione.
La conferenza di Copenhagen, prevista fra circa un mese, sulla quale erano riposte le speranze del pianeta, si trasforma in un incontro conoscitivo dal quale scaturiranno proposte ma non risoluzioni.
Su questa decisione hanno pesato alcuni fattori determinanti. A cominciare dal fattore tempo.
La conferenza è troppo ravvicinata per pensare di impostare un discorso complesso con vincoli a lungo termine. In più gli Stati Uniti sono oggi alle prese con l’iter legislativo della riforma sanitaria, che sottrae attenzione e risorse alla causa ambientale. La Cina, l’altra parte in causa, pur avendo affermato in tempi recenti la sua disponibilità ad un impegno in senso ecologico, preferisce per il momento non impegnarsi in termini numerici.
Passa purtroppo in secondo piano il ruolo dell’Unione Europea, che ospita il convegno e che sembra essere l’unità territoriale più pronta a sostenere cospicui impegni di riduzione delle emissioni.
Un fallimento? Non proprio, non ancora almeno.
Se da una parte si stenta a prendere decisioni drastiche, dall’altra è pur vero che la rivoluzione verde è ormai iniziata e difficilmente si arresterà a causa di un intoppo del genere.
Il mondo delle rinnovabili è occasione di guadagno e ormai moltissimi investitori ci stanno credendo, indipendentemente da quelle che saranno le effettive riduzioni di emissioni di gas serra a breve termine.
Un ruolo fondamentale in questo periodo di ‘vacanza’ in fatto di regolamenti, lo giocherà la sensibilità ambientale delle persone comuni. Uno stile di vita ecosostenibile è auspicabile per tutti.
Certamente fa male un arresto cosi improvviso. Le speranze del pianeta sono ora riposte nell’America di Obama, che non può certo dimenticare gli impegni della sua campagna elettorale pro-ambiente e nella Cina, recente fenomeno economico che non può pensare a lungo di sostenere la sua crescita esponenziale a spese del clima.


