Ucraina, 80 km da Kiev, molto vicini al confine bielorusso. È l’una di notte del 26 aprile 1986.
L’Europa sta festeggiando il 41^ anniversario della liberazione dal nazifascismo.
Quella notte si conduce a Chernobyl, nell’impianto nucleare ivi costruito, un malaugurato esperimento per valutare la ’sicurezza’ del reattore.
Un’esperimento che ebbe conseguenze letali per quella che allora si chiamava Unione Sovietica e per gran parte dell’Europa.
Per alcuni a causa della sconsideratezza degli addetti, per altri a causa di difetti congeniti della centrale, il test causò l’esplosione del reattore che letteralmente scoperchiato riversò nell’atmosfera una nube tossica radioattiva che si diffuse principalmente nei paesi confinanti, ed ebbe ricadute notevoli anche a migliaia di km di distanza (Italia compresa).
Le reazioni al disastro, per quanto tempestive, non riuscirono a contenerne gli effetti. Speciali squadre di addetti denominati ‘liquidatori’ costruirono un sarcofago di cemento per isolare il reattore danneggiato dall’esterno per porre una barriera alle fuoriuscite.
Centinaia di migliaia di persone furono evacuate, e non fecero più ritorno nelle loro case che restano tuttora disabitate.
Le conseguenze immediate se lette con approssimazione appaiono contenute: 65 persone morirono nell’immediato, conseguentemente all’esplosione e all’eccessiva esposizione alle radiazioni.
Gli studi dell’Organizzazione mondiale della Sanità, attenti a registrare l’aumento della mortalità per patologie ricollegabili all’eaposizione alle radiazioni, forniscono dati allarmanti.
Si parla di 4000 vittime fra quelle che si sono verificate e quelle che si verificheranno nell’arco di 80 anni dall’incidente.
Una cifra che fonti autorevoli ritoccano di 5000 unità per un totale di 9000 possibili vittime.
Cifre catastrofiche ma forse non troppo distanti dalla realtà sono infine proposte da organismi quali Greenpeace, che valuta per l’incidente di Chernobyl una ricaduta sulla popolazione Europea in fatto di patologie ricollegabili all’evento, pari addirittura a 6 milioni di persone.
Indipendente dal valzer delle cifre, che drammaticamente non ci rende evidenti le proporzioni del disastro, la catastrofe di Chernobyl ci lascia una città fantasma, congelata all’epoca della guerra fredda e della celebrazione comunista.
E ci deve ricordare qualcosa di ineluttabile, il nucleare è superfluo e pericoloso. Non esistono discorsi circa la presunta assoluta sicurezza dei moderni reattori. Abbiamo avuto il nostro avvertimento, non ne avremo altri.
Che si diffidi quando viene affermato che in fondo c’è stato un solo incidente nucleare nella storia.
Innanzitutto perché il numero degli incidenti di minore entità non è manifesto ma rilevante.
E in secondo luogo: se un un’unico incidente grave ha lasciato una ferita così grande, cosa potrebbe succedere se se ne verificassero altri?
L’ultimo sconvolgente interrogativo riguarda l’errore madornale che sta compiendo l’Italia.
Siamo nel 2009 e il meglio che riusciamo ad inventare è scaldare l’acqua in enormi pentolini per produrre energia? Pentolini colmi di materiale avvelenato sulla cui sicurezza proprio non può garantire nessuno.
Pentoloni che rilasciano scarti pericolosissimi, che non si possono avvicinare se non in presenza di maschere e tute schermate. Scarti che bisogna interrare per millenni miniere di sale, pregando che questa forma di contenimento sia sufficiente.
Mentre una centale a specchi o un parco eolico potrebbero darci energia e molta tranquillità. E noi facciamo bollire i pentoloni.










