Vajont, quando la natura si ribella

da www.estense.com

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Sono passati 46 anni, non rimane che una pagina sbiadita del giornale della storia d’Italia. Una pagina tragica.
La notte in cui avvennero i tragici fatti, la natura lanciò il suo urlo di disapprovazione contro l’uomo che con arroganza pretese di piegarla alle proprie esigenze, senza rispetto.
Il teatro della vicenta fu la diga del Vajont, situata in una zona montuosa al confine tra Veneto e Friuli Venezia Giulia.
Una zona che nel primo dopoguerra fu identificata come il luogo ideale per costruire la più grande centrale idroelettrica del paese, un paese alla ricerca di indipendenza energetica.
Controlli geologici frettolosi, trascurarono la natura cedevole del monte Toc, che offriva il fianco al grande bacino artificiale del Vajont.
Interessi superiori fecero ignorare i rischi aprendo la strada ad una tragedia annunciata.
Il riempimento dell’invaso artificiale, anche se non subito, provocò il cedimento di una vasta sezione della montagna che precipitando all’interno del bacino sollevò un onda gigantesca capace di scavalcare la diga (che essendo costruita a regola d’arte non subì danni particolari) e di scendere lungo la valle con un impeto mostruoso, cancellando dall’esistenza interi insediamenti come Longarone, e provocando quasi 2000 vittime.
Ora la tragedia è lontana, almeno temporalmente, tuttavia deve rimanere ben impresso nella mente dell’umanità un concetto chiave: la natura non va sfidata.
Il pianeta accetta che le sue risorse vengano messe a frutto dall’attività dell’uomo, ma non a qualsiasi costo.
L’ottica delle energie pulite deve essere proprio questa. Lavorare in simbiosi con la natura, non dominarla.
No a modifiche del paesaggio, no a installazioni che alterano irrimediabilmente l’ecosistema.
Sono passati 46 anni, ma abbiamo davvero imparato la lezione?

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